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    MODULO DI ACCESSO ALLA DOCUMENTAZIONE E AI MATERIALI

    La Confederazione Italiana Archeologi è da sempre impegnata in favore della libera circolazione dei dati e del sapere, anche in campo archeologico. In questo senso ha dato vita da anni a un gruppo di lavoro sui temi della trasparenza e diffusione dei dati, del diritto intellettuale e dell'Open Source. Uno dei problemi affrontati in quest'ottica è quello del libero accesso da parte degli studiosi a dati e materiali di scavo.
    L'argomento ha aspetti di varia complessità, tuttavia ai sensi della normativa vigente non vi è alcun motivo per cui a un archeologo interessato allo studio di materiali o documenti di uno scavo non debba essere concesso l'accesso a tali dati.

    In concreto, per le domande di accesso a dati e materiali, occorre distinguere due casistiche:

    1- Per quanto riguarda tutto ciò che è documentazione (diari di scavo, disegni, immagini, atti amministrativi, schede, etc.), esistono precise disposizioni di legge che vincolano l'Amministrazione a concedere l'accesso ai soggetti che ne abbiano interesse oppure a motivare per iscritto, entro 30 giorni dal ricevimento della domanda, il proprio diniego. A questo scopo la Confederazione Italiana Archeologi ha realizzato un fac-simile di modulo di richiesta, che ciascuno può personalizzare sotto la propria responsabilità, da inviare alle Soprintendenze responsabili. Questo modulo non garantisce l'ottenimento dell'accesso, ma vincola l'Amministrazione a una risposta e la mette nella posizione di giustificare formalmente per iscritto i motivi dell'eventuale diniego.

    SCARICA IL MODULO DI RICHIESTA DI ACCESSO ALLA DOCUMENTAZIONE

    2 - Per tutto ciò che non riguarda l'accesso alla documentazione, ma al materiale archeologico (reperti, monumenti, etc.), non esiste una normativa specifica se non – in termini generici – lo spirito della stessa legge 241/1990, e quello del Codice BBCC. Tuttavia, anche in questo caso, l'Amministrazione è tenuta ad una risposta formale. Per l'autorizzazione all'accesso ai materiali per motivi di studio, laConfederazione Italiana Archeologi ha elaborato un fac-simile sul modello del modulo già messo on-line dalla Soprintendenza di Sassari e Nuoro cui va il nostro plauso per un'iniziativa realmente all'insegna della trasparenza.

    SCARICA IL MODULO DI RICHIESTA DI ACCESSO AI MATERIALI


    In ogni caso, al fine di costruire una casistica che porti a un protocollo stabile, chiediamo a tutti coloro che vorranno aiutarci di trasmettere alla Confederazione Italiana Archeologi l'esito delle proprie richieste, corredate dalla storia dell'iter effettuato, dei moduli inviati e tutte le informazioni utili a costruire un archivio.

    Potete scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. specificando nel oggetto della mail: Domande di accesso.

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    PER UNA NUOVA POLITICA DI SVILUPPO DI UN’ECONOMIA DEI BENI CULTURALI

    L’ANCPL-LegaCoop, la Confederazione Italiana Archeologi e la FilleaRestauro-CGIL, sollecitate da quanti operano nelle attività di recupero e tutela del patrimonio culturale italiano, hanno avviato nello scorso anno un’analisi sul mondo dei beni culturali soffermandosi in particolare su alcune tematiche chiave quali: il sistema degli appalti, la formazione delle figure professionali impiegate e il mercato del lavoro.
    Il confronto tra punti di vista diversi tra loro, quello del sindacato, delle imprese e delle associazioni professionali ha evidenziato elementi di criticità condivisi, il cui superamento presuppone l’avvio di un confronto aperto che punti ad uno sviluppo sano del settore.

    Negli ultimi anni l’intero sistema dei beni culturali ha subito diverse trasformazioni legislative, elaborate nell’intento di migliorare il sistema di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nazionale.

    Si è molto lavorato per cercare di superare l’impostazione di tutela vissuta esclusivamente come vincolo, divieto e limite del godimento, sviluppando in positivo una politica che favorisse, attraverso interventi mirati, anche lo sviluppo dell’uso, legandolo alla valorizzazione stessa dei beni culturali.

    Il nuovo rapporto tra tutela e valorizzazione, definito dal Codice dei Beni Culturali, lascia ancora aperte molte questioni da definire e chiarire sul piano organizzativo, in particolare riguardo agli ambiti operativi tra Ministero e Regioni.
    L’apertura del settore ai privati ha determinato l’esigenza di normare i meccanismi che regolano il mercato del lavoro nei beni culturali, che devono necessariamente rispondere alla qualità dell’agire in relazione a sane dinamiche tra domanda e offerta.
    E’ proprio grazie al dibattito sulla necessità di costruire una normativa che definisse formule nuove di collaborazione tra pubblico e privato ed ai successivi provvedimenti, promossi in tal senso dalla pubblica amministrazione, che si sono affermati nuovi ambiti di lavoro e quindi nuove imprese.
    E’ evidente che trattandosi di un settore estremamente particolare, che interviene su manufatti che fanno parte di un patrimonio culturale collettivo, una volta danneggiato irripitibile, è fondamentale stabilire dei criteri di qualità e di selezione delle imprese che vi operano.

    I parametri generali di qualificazione, per gli esecutori di lavori pubblici, oggi sono contenuti nel DPR n.34/2000,nel Dlgs. N. 30/2004 ripresi nel Codice dei Contratti Pubblici, che ne ripropone parzialmente i disposti.Ai fini dell’individuazione del fenomeno si è presa in considerazione l’insieme delle tipologie di soggetti che operano nei diversi comparti del settore: in Italia sono 5.005 le imprese inquadrate nelle categorie OG2 (4.033), OS2 (608), OS25 (364), ovvero le imprese qualificate ad operare sui beni culturali sottoposti a disposizioni di tutela.Tuttavia è difficile individuare e ricostruire le professionalità che vi operano e le tipologia di inquadramento contrattuale ad esse applicate.

    Ovviamente, trasformare in attività d’impresa un lavoro altamente professionale implica, innanzitutto, chiarire come le imprese si strutturano e quale spazio viene dato alle professionalità impiegate all’interno della struttura stessa.

    A nostro avviso fino ad oggi è mancata una riflessione compiuta su cosa intendiamo per impresa che opera nel circuito dei beni culturali, sul tipo di struttura che deve avere, quali finalità etiche per poter parlare di una “sana visione speculativa del bene culturale” e quali condizioni economiche ad essa vengano garantite per il mantenimento di una struttura organizzativa formata da alte professionalità.
    In altre parole, non si tratta solo di rispondere alle carenze strutturali dell’amministrazione pubblica ma si tratta di creare condizioni di lavoro che rispettino i diritti e le tutele delle risorse umane impiegate.Questa posizione non è inconciliabile con il concetto di tutela e conservazione dei beni culturali, qualora, fatti salvi tali principi, si crei un sistema di regole chiare nell’affidamento degli appalti.
    Va quindi individuato e chiarito, nelle normative di riferimento, un sistema di selezione delle imprese che ne tenga in considerazione l’intera struttura, valorizzando le professionalità che ne costituiscono l’organico, elemento fondamentale per garantire standard qualitativi elevati.
    Riscontriamo, invece, nell’attuale sistema normativo, una tendenza ad istituzionalizzare l’idea di un assetto organizzativo in cui il livello di qualità viene espresso unicamente dalle figure apicali, sottovalutando, di fatto, l’importanza dell’apporto professionale offerto dagli operatori.
    Il processo produttivo di un’impresa, funzionale alle attività di conservazione e valorizzazione del patrimonio, deve essere il risultato di una stretta ed elaborata collaborazione tra più figure professionali di alto livello. E’ indispensabile dunque, per assicurare il buon esito dell’intervento, definire e riconoscere le competenze specifiche di ciascuna professionalità, i percorsi formativi e l’adeguato trattamento economico, con una stretta aderenza alla realtà di tale marcato.

    Manca inoltre una valutazione strategica dei bisogni formativi nei beni culturali, che renda fluido il rapporto tra formazione e lavoro.L’assenza di una definizione chiara ed esaustiva dei requisiti abilitanti alle diverse professioni ha portato fino ad oggi alla diffusione di un lavoro spesso dequalificato e quasi sempre mal pagato e precario.
    Tale situazione si verifica sia che si lavori per un privato, sia che si collabori con una soprintendenza.Vanno quindi ridisegnati tanto i percorsi formativi che la qualificazione continua delle singole professionalità, avendo la capacità e la sensibilità di armonizzare presente e futuro, valorizzando e non escludendo dal mercato i lavoratori attualmente operativi nel settore.

    E’ necessario chiarire i rapporti tra gli istituti di ricerca e formazione e le linee di sviluppo economico del territorio. In molti settori il rapporto esistente tra Università ed impresa costituisce un apporto fondamentale sia alla ricerca, che alla produzione.
    Tale rapporto si basa essenzialmente sulla capacità di dare risposte alle esigenze della collettività, sia in ordine alla preparazione delle figure necessarie alle trasformazioni continue del mercato, sia in ordine all’innovazione metodologica e tecnologica che rende il prodotto, oltre che migliore, anche più competitivo.
    Questo elemento giustifica l’investimento delle imprese nella ricerca, a supporto delle Università.

    Nell’ambito dei beni culturali il rapporto tra imprese ed Università è stato spesso difficile, ma in questo ultimo periodo con l’approvazione della Legge 25 giugno 2005, n. 109 sull’ ”Archeologia preventiva” (recepita agli art. nn. 95-96 del Codice dei Contratti Pubblici) rischia di trasformarsi in un vero e proprio rapporto di concorrenza. In base a tale legge, l’Università partecipa per mezzo di convenzioni, con le pubbliche amministrazioni, all’esecuzione di attività (scavi archeologici, diagnostica per il restauro, informatica applicata, progettazione) che a tutti gli effetti sono definibili come lavori e servizi pubblici, normati dal nostro ordinamento come attività di competenza delle imprese attraverso affidamenti concorsuali ad evidenza pubblica (gare di appalto).
    Vi è dunque la preoccupazione che questo possa produrre uno sfruttamento del lavoro degli studenti ed una distorsione del mercato: un dipartimento, che fa fare le valutazioni agli studenti, ha evidentemente costi minori rispetto a quelli sostenuti da chi utilizza professionisti retribuiti, e di fatto danneggia il principio della concorrenza e la possibilità di sviluppo delle imprese e, quindi, di lavoro stabile nel settore.
    E’ altresì grave il riferimento della legge alla creazione di un elenco di professionisti redatto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che andrebbe a costituire un “albo” di fatto, come già rilevato nel pronunciamento del Consiglio di Stato (Sezione n. 1038/06, Adunanza 13 Marzo 2006), che ha bocciato gli aspetti più critici della legge.
    E’ dunque questo complesso insieme di situazioni, esposte in modo più dettagliato nel documento, che ci porta ad affermare la necessità di riprogettare il sistema dei beni culturali attraverso provvedimenti che pongano tale settore all’interno di un’economia di crescita del territorio e delle sue risorse, rispondendo alle necessità dettate dalle regole della trasparenza nell’affidamento degli appalti, della qualità degli interventi, estendendo diritti e tutele agli operatori del settore e valorizzando le professionalità presenti nell’organico di impresa.
    A tale scopo siamo convinti che la discussione di merito e l’individuazione delle soluzioni trova un passaggio fondamentale nel confronto interministeriale, Ministero per i Beni e le Attività culturali, Ministero del Lavoro e Ministero delle Infrastrutture.

    leggi l'intero documento di proposte 

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