13.09.2025 – COSA SUCCEDE ALL’EAA?

Fra il 2 e il 5 settembre 2025, si è tenuto il 31esimo Meeting Annuale dell’EAA, l’European Association of Archaeologists. A causa del deteriorarsi della situazione politica e sociale della Serbia l’evento si è svolto online e non a Belgrado, come originariamente previsto.

Pochi giorni prima dell’inizio della conferenza, la coalizione Archaeologists Against Apartheid (AAA), ha inviato una lettera (https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSej0GYSaKbdSsLxUy0B2hkGPMc-OsNP566WMYj3D1iJyrsDBA/viewform) al Board dell’EAA per chiedere che venisse presa una posizione forte rispetto alla guerra a Gaza e al massacro dei Palestinesi.

La soluzione trovata dal board è stata di applicare ai ricercatori israeliani che avrebbero partecipato alla conferenza, le stesse regole che erano state già applicate nel 2022 per i ricercatori russi e bielorussi: i ricercatori avrebbero potuto partecipare alla conferenza a titolo individuale ma senza affiliazioni istituzionali.

Il motivo di questa presa di posizione nei confronti delle istituzioni, non dei singoli archeologi, è una risposta all’appello lanciato dall’ICOMOS Palestina alle organizzazioni che si occupano di patrimonio culturale affinché proteggano il popolo palestinese, la sua terra e il suo patrimonio, nonché di rispondere all’appello di BDS guidato dai palestinesi e tagliare i legami con l’apartheid israeliana. Alcune università israeliane effettuano scavi archeologici nei territori occupati e ne utilizzano i dati, o sono parzialmente costruite sui territori occupati stessi, come la Hebrew University.

Una posizione tutto sommato blanda, giudicata anche troppo timida dall’AAA, nella quale si sarebbero potuti riconoscere persino i ricercatori israeliani che avversano oggi il governo di Netanyahu (e che sono stati chiamati in causa nei giorni successivi come se fossero loro le vittime del provvedimento. Il ban nei confronti delle istituzioni israeliane è stato approvato dal board dell’EAA a maggioranza, ed è stato applicato nei giorni immediatamente precedenti l’inizio della conferenza. Nei giorni immediatamente seguenti la decisione, il board dell’EAA è stato raggiunto da una serie di e-mail di protesta, alcune con toni decisamente minacciosi, da parte di archeologi, anche affiliati ad istituzioni israeliane. L’invio di questi messaggi ha consentito alla Presidente Eszter Bánffy, da sempre assolutamente contraria al ban delle istituzioni israeliane, di convocare una nuova riunione del Board, durante la quale il voto è stato ribaltato rispetto alla volta precedente.

Successivamente (https://shorturl.at/BTKV1) è stato diffuso un comunicato, per urgenza non condiviso e discusso col board e il comitato rganizzatiovo, agli organizzatori delle sessioni in cui si comunicava l’annullamento della decisione di escludere le istituzioni israeliane, insieme alla denuncia della possibilità che l’AAA avrebbe potuto interrompere la conferenza in segno di protesta esprimendo la propria solidarietà alla Palestina. La mail proseguiva chiedendo ai volontari della conferenza di togliere la parola a chi avesse fatto tali dichiarazioni a supporto della Palestina.

Le conseguenze di una tale presa di posizione sono abbastanza immaginabili: alcune sessioni sono state ritirate per protesta, mentre la gran parte degli organizzatori delle sessioni e un buon numero di partecipanti alla conferenza ha letto durante il proprio intervento una dichiarazione contro il board, denunciando il mancato rispetto di diversi articoli dello statuto e del codice etico dell’EAA, oltre che il tentativo di censurare la discussione.

Gli organizzatori serbi hanno preso ufficialmente posizione contro il comunicato del Board in difesa dei volontari esprimendo il proprio dissenso rispetto alla richiesta della presidenza EAA di interrompere quelli che parlavano (https://www.e-a-a.org/EAA2025/Home/EAA2025#:~:text=Belgrade%20AM%20Organising,right%20to%20others.), sottolineando come la maggior parte dei volontari fossero studenti serbi che da un anno manifestano a loro rischio e pericolo contro il proprio governo in nome del diritto di parlare e di organizzarsi democraticamente.

A questo punto il board ha prodotto un nuovo comunicato in cui si cercava di chiarire goffamente come non ci fosse stata la volontà di silenziare alcun dissenso ma solo di permettere di svolgere la conferenza evitando (sic) che si mischiasse la politica con l’archeologia (https://shorturl.at/Xk5Hv).

Ci preme sottolineare come, oltre a essere questa una posizione in genere molto discutibile, l’EAA nasce proprio per discutere di come l’archeologia sia connessa con la società contemporanea, di come influenzi e sia influenzata dalla politica, dalle lotte sociali, dalla contemporaneità in generale. È una conferenza più volta all’archeologia teorica, alla politica intesa nel migliore dei modi, piuttosto che a contare le scheggiature delle selci o definire la forma di un’ansa.

O almeno, lo era quando è nata nel 1994, alla caduta dei regimi dell’est, col preciso intento di fungere da luogo di incontro tra le due archeologie europee, occidentale e orientale.
Il 5 settembre, al termine della conferenza, si è svolto il cosiddetto business meeting, l’annuale assemblea dei soci dell’EAA. In molti si aspettavano dal board e dalla Presidente, che è chiamata ad illustrare insieme ai rappresentanti degli altri organismi dell’EAA l’andamento annuale dell’associazione, le sue dimissioni, dato che uno spaccamento così evidente in seno all’ EAA, associazione che esiste da più di 30 anni, è senza precedenti.
Al contrario, chi di noi ha partecipato a quella riunione ha ascoltato una relazione arrogante da parte della presidenza, senza alcuna ammissione di responsabilità o di errore, ma anzi, senza nemmeno che venisse data la parola ai membri del Board, direttamente coinvolti nel doppio voto.

La questione non riguarda nemmeno più il tema del conflitto a Gaza, sul quale è difficile non ritenere di doversi esprimere (https://shorturl.at/SFcMT): riguarda il funzionamento democratico di una associazione come l’EAA, che si basa e trae la propria forza e la propria ragion d’essere dal dibattito democratico e dal confronto, ma soprattutto dal rispetto delle regole che tutti quanti siamo chiamati a difendere, dal rispetto dei ruoli e delle cariche direttive, la cui volontà non può essere piegata, nemmeno dalla presidenza di turno, se non è d’accordo.
In CIA siamo in molti ad essere o essere stati iscritti all’EAA, ne guidiamo alcuni comitati, facciamo parte delle sue strutture e abbiamo dato il nostro contributo l’anno scorso per l’organizzazione della conferenza a Roma.

Sentiamo quindi l’esigenza di esprimere il nostro dissenso rispetto a come è stata gestita l’intera faccenda e profonda preoccupazione per l’evidente insipienza del gruppo dirigente che sta mettendo in serio pericolo l’esistenza stessa dell’EAA.
Auspichiamo un cambio di passo nel prossimo futuro che porti prestissimo anche a un rinnovamento del gruppo dirigente, evidentemente non in grado di proseguire e ormai inviso a una grossa fetta degli iscritti.