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LETTERA AI SENATORI MEMBRI DELLA VII COMMISSIONE DEL SENATO

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Qualche giorno fa, come associazioni dei Beni Culturali afferenti a Colap, interessate dall’approvazione del regolamento alla Legge 110/2014, abbiamo scritto ai Senatori membri della 7a Commissione Istruzione pubblica e Beni Culturali del Senato.
Questo il testo:
Onorevoli Senatori,
Vi scriviamo in merito alla discussione attualmente in atto presso la 7a Commissione (Istruzione pubblica e Beni Culturali) del Senato, dell’A.G. 77, concernente il regolamento applicativo della Legge 110/2014.
Siamo un gruppo di associazioni professionali del campo dei Beni Culturali facenti capo a Colap, Coordinamento Libere Associazioni Professionali: tutte le nostre associazioni sono riconosciute dal MiSE in base alla legge 4/2013, o sono in procinto di esserlo (ovvero hanno già iniziato la lunga procedura prevista per il riconoscimento) e così il Colap stesso, tra le pochissime associazioni di secondo livello italiane a essere riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico.
Siamo, dunque, associazioni professionali interessate direttamente alla emanazione del DM che dalla A.G. 77 dovrebbe scaturire, e negli anni passati siamo stati tra i soggetti principali che hanno contribuito attivamente alla scrittura del documento stesso.
Abbiamo letto con attenzione la relazione illustrativa al Decreto, presentata dall’Onorevole Corrado e pur comprendendo i dubbi espressi sul funzionamento degli elenchi e sulle forme di attestazione delle associazioni, vogliamo ricordare che si tratta di attestazione e non certificazione come erroneamente riportato in alcuni punti del DM. La differenza è sostanziale e prevista esplicitamente dalla legge 4/2013, come avremo modo di illustrare brevemente con questo documento. Vogliamo dunque rassicurare Voi che siete chiamati a esprimervi sul provvedimento sul fatto che i profili e le regole per la tenuta degli elenchi sono stati costruiti e studiati grazie a un confronto serrato e continuo tra MiBAC e associazioni professionali riconosciute ex lege 4/2013, così come prescritto dall’art. 2, comma 2 della legge 110/2014. La legge 4/2013, appunto, riconosce i professionisti senza ordine e albo professionale e ne disciplina le forme aggregative (le associazioni professionali appunto) come soggetti di rappresentanza non esclusiva. Per fare ordine nel mare magnumdi sedicenti associazioni professionali e per garantire i consumatori, che devono essere certi della qualità dei professionisti cui scelgono di rivolgersi, la stessa legge 4/2013 istituisce un elenco di associazioni, gestito dal Ministero per lo Sviluppo Economico, per far parte del quale il MiSE stesso effettua una ricognizione delle forme organizzative delle associazioni professionali che lo richiedano, al termine della quale, dopo aver verificato ed eventualmente chiesto di modificare statuti e regolamenti, si è inseriti nell’elenco e si è abilitati a rilasciare l’attestazione professionale ai soci che ne facciano richiesta.
La procedura di attestazione è molto complessa e molto lunga: senza entrare nel dettaglio, si può comunque affermare che la verifica dei titoli di studio posseduti ne costituisce solo una piccolissima parte: lo sviluppo dei processi di attestazione è forse giovane nel nostro Paese, ma non a livello internazionale, dove queste forme di rappresentanza professionale e di garanzia della qualità dei servizi offerti da parte dei professionisti sono realtà da diversi decenni (link).
Pur con differenze che dipendono dalle esigenze e dalle scelte delle singole associazioni professionali, il processo di attestazione è caratterizzato da una serie di passaggi che garantiscono la verifica diretta delle competenze del professionista: una commissione apposita viene istituita dalle associazioni, col compito di attestare le competenze dichiarate dal socio, attraverso una serie di verifiche e colloqui. Il processo, dunque, dura per un periodo lungo, durante il quale vengono interpellati anche i datori di lavoro e i committenti con i quali il socio ha dichiarato di aver lavorato, per verificare come e in che modo il professionista abbia svolto le mansioni che ha dichiarato e le competenze che ha acquisito. Le competenze, come è noto, si possono acquisire non solo attraverso l'attività professionale, ma anche attraverso la formazione: anche in questo caso, però, la verifica non è incentrata tanto sull’effettuazione del percorso formativo dichiarato (prassi che invece caratterizza i sistemi di aggiornamento previsti dagli ordini professionali) ma sulle competenze acquisite.
L’attestazione professionale rilasciata è valida finché il socio è iscritto all’associazione che l’ha effettuata (cioè finché la qualifica professionale del soggetto è verificabile dall’associazione stessa) e può avere una durata variabile, decisa dalla singola associazione, al termine della quale il processo di attestazione deve essere ripetuto.
Il processo di attestazione descritto è molto diverso, dunque, dal sistema di accreditamento professionale scelto da albi e ordini professionale, che pure sono stati richiamati nella relazione di presentazione della On.le Corrado, che prevedono un esame solo all’ingresso nell’albo o ordine e una verifica dell’aggiornamento professionale basata esclusivamente sui crediti dichiarati e non sulle competenze acquisite, senza che intervenga alcuna effettiva verifica dell’effettivo apprendimento da parte del professionista, limitandosi a un controllo formale della partecipazione a eventi di formazione o aggiornamento come corsi o convegni.
Proprio la natura delle associazioni professionali, il cui ruolo si configura nei confronti dei consumatori come quello di un garante della qualità del professionista, le rende i soggetti che meglio possono interpretare la rappresentanza professionale, anche se in via non esclusiva, e il fatto che esse vengano poste al vaglio di un organismo terzo come il MiSE è un’ulteriore garanzia della correttezza e della qualità del loro operato.
Con l’auspicio che l’A.G. 77, riforma attesa ormai da 5 anni e che, speriamo, si avvia verso l’approvazione definitiva, possa finalmente vedere la luce, ci rendiamo disponibili a incontrare la Commissione, qualora permangano dubbi o si intenda approfondire questo o altri aspetti della riforma.
In fede,
Rosa Maiello - Presidente nazionale dell’Associazione italiana biblioteche
Bruna La Sorda - Membro del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI) con delega di rappresentanza - Membro del Consiglio direttivo Colap
Valentina Rizzo - Coordinatrice Commissione Beni Culturali e Patrimonio dell'Associazione Nazionale Professionale Italia di Antropologia (ANPIA) - Membro del Collegio dei Probiviri Colap
Alessandro Pintucci - Presidente Confederazione Italiana Archeologi - Vice Presidente Colap con delega ai Beni Culturali

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LINEE GUIDA E CONCESSIONI: I PROFESSIONISTI ANCORA AL PALO?

Il giorno 21/1/2019 la Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha emanato una circolare (4/2019) concernente le concessioni di scavo e le ricerche archeologiche: nel testo vengono descritte le procedure con cui è possibile richiedere la concessione di scavo, che comprendono, giustamente, l’obbligo di restauro da parte del concessionario, l’utilizzo di personale scientificamente preparato per la direzione, la limitazione dell’attività di scavo a professionisti e studenti di materie archeologiche, oltre a una serie di documenti e garanzie.
 
Buona parte della circolare è ricalcata, però, su quanto lo stesso Direttore Generale emanò nel 2016 e che avemmo già occasione di criticare pubblicamente per l’eccessiva burocratizzazione delle procedure e per il chiaro tentativo di aprire un fronte di scontro tra le Università e il Mibact, per cui la nostra analisi non si soffermerà su questo aspetto.
 
Intendiamo invece analizzare le novità che la nuova circolare contiene.
 
L’elemento che desta più preoccupazione è il tentativo di riportare nella disciplina giuridica della concessione, la cui gestione è affidata alla Direzione Generale ABAP, praticamente tutte le attività connesse con l’identificazione o l’indagine di un sito archeologico: estendere questo principio a qualunque attività di ricerca archeologica, come esplicitamente sostiene il Direttore Generale nella circolare, significa cercare di porre sotto controllo l’intera attività di ricerca degli archeologi.
 
Per giustificare questo provvedimento, che evidentemente farà discutere, il Direttore fa riferimento al fatto che i Soprintendenti, a seguito della riforma Franceschini del 2016, possono non essere archeologi e dunque sia consigliabile avocare alla stessa Direzione Generale, senza deleghe, il potere di decidere delle concessioni.
 
Difficile da sostenere, visto che oggi la Direzione Generale è affidata non a un archeologo, ma a un avvocato!
 
Basterebbe citare l’art. 33 della Costituzione Italiana, che sancisce la libertà di ricerca, per controbattere il messaggio espresso dalla Circolare: mentre, infatti, si comprende come l’istituto della concessione sia previsto per attività invasive e ricordato anche nella Convenzione di La Valletta (come riportato, peraltro, anche nella circolare), non ha alcun senso estenderlo a tutte le attività non invasive, se non quella di ridimensionarne il numero e la portata.
 
Con la stessa visione sembra pensato un provvedimento contenuto nelle Linee guida, emanate in data 28 dicembre 2018 dal Ministro Bonisoli, contenente, tra gli altri, le priorità del Ministero per il 2019 e per il biennio 2020/2021.
 
Oltre a un accenno alla stesura e all’emanazione delle Linee guida per l’archeologia preventiva, ma nessuno ai regolamenti della legge 110/2014 sul riconoscimento dei professionisti dei Beni Culturali, il documento si sofferma su un tema che sembrerebbe di secondaria o nulla importanza.
 
Nel testo, infatti, si legge dell’incentivazione alla creazione di “aree di riserva archeologica”; questa espressione, inserita nel testo italiano della Convenzione di La Valletta del 1992, è stata sempre, correttamente, interpretata come la versione malamente tradotta in italiano dei termini utilizzati nel testo in inglese (errata al pari, forse, solo di “eredità culturale” versione italiana del Cultural Heritage menzionato dalla Convenzione di Faro).
 
Le aree di riserva archeologica diventano quindi la versione aggiornata delle, già ampiamente note ed esistenti aree archeologiche, ovvero aree di inedificabilità totale, sottoposte a vincolo per garantire lo scavo e lo studio dei resti archeologici in esse contenuti e conservati.
 
Da quel che ci è dato di capire dal testo, però, la Direzione Generale ABAP ne dà un’interpretazione più restrittiva, ritenendole aree in cui sia del tutto proibita qualsiasi attività, fin anche lo scavo archeologico, per garantire la conservazione dei resti archeologici per le generazioni future e limitare la pratica della concessione di scavo, da sempre uno dei cavalli di battaglia del Direttore Generale Famiglietti, sin dai tempi della sua direzione del settore archeologia.
 
L’avvocato Famiglietti è professionista di nota esperienza e competenza, e non può non sapere che sulla stessa pagina web del Consiglio d’Europa, dalla quale si scarica gratuitamente il testo della Convenzione di Malta è possibile visionare anche il testo esplicativo della Convenzione stessa, che per l’articolo 2, che riguarda le aree di riserva archeologica, così recita:
 
Archaeological reserves are areas of land subject to certain restrictions in order to preserve the archaeological heritage contained within the borders. The Unesco Recommendation concerning the Preservation of Cultural Property endangered by Public or Private Works (19 November 1968) provides that (Article 24.a): "Archaeological reserves should be zoned or scheduled and, if necessary, immovable property purchased, to permit thorough excavation or the preservation of the ruins found at the site." Article 2 of the revised Convention is aimed at preserving the heritage in order that it will be available for later generations. It should be read in conjunction with Article 4, sub-paragraph i. The creation of reserves does not mean that the land cannot be used at all. Normally, it means that operations which disturb the soil cannot be allowed, or must first be cleared by the relevant authorities. Any excavation must be subjected to severe scrutiny in the light of scientific objectives.
 
Dal testo si evince, dunque, che anche qualora l’espressione riserva archeologica ponesse dubbi in chi legge la Convenzione di La Valletta, la volontà dei suoi estensori era chiara: si tratta delle aree archeologiche sottoposte a vincolo – il riferimento all’articolo 4 comma I della Convenzione questo dice, aree dove sono possibili lavori solo sotto stretto controllo delle autorità, dove lo scavo deve essere autorizzato solo sulla base di severi criteri scientifici, le Concessioni appunto – per proteggere i Beni in esse contenuti dall’impatto dai lavori pubblici e privati, dunque non dallo scavo stesso!
 
Il riferimento alle generazioni future è citato riguardo all’Heritage, ovviamente, al patrimonio in quanto tale, non alle stratigrafie, ed è una classica formula su cui in questa convenzione e in molte dichiarazioni UNESCO, si fonda tutta la disciplina della tutela.
 
Non comprendiamo, dunque, né il senso di novità, se davvero si intendevano solo le aree archeologiche, né il riferimento di legge, nazionale e internazionale, e ancor meno il senso logico.
 
La nostra riflessione non può che procedere cercando di ampliare l’orizzonte di discussione.
 
L’archeologia italiana, così come quella europea e mondiale, sta vivendo una profonda crisi di identità e di prospettiva.
 
La sua stessa esistenza è minacciata da due fattori fondamentali: il crollo delle iscrizioni universitarie e la costante diminuzione di lavori disponibili, entrambi causa e conseguenza dell’abbandono della nostra professione da parte di tanti colleghi.
 
Dopo 27 anni di archeologia post-Malta, come viene generalmente definita in Europa l’archeologia sviluppatasi dopo il 1992, estremamente legata allo sviluppo del territorio e alla realizzazione di infrastrutture, la crisi economica ha definitivamente messo in evidenza come la nostra disciplina debba trovare ragioni forti e autonomia per camminare, magari parallelamente, al settore edilizio e delle costruzioni, ma in maniera del tutto indipendente.
 
A questa crisi aggiungiamo che i corsi universitari archeologici possono contare sempre meno sui finanziamenti per gli scavi didattici, quelli in cui si dovrebbero formare i nuovi professionisti, contribuendo a far regredire la nostra disciplina a ciò che era prima dei cambiamenti della fine degli anni ’70: pura disciplina storica senza alcun legame con la realtà materiale di cui si dovrebbe occupare.
 
Per paradosso, dunque, si ritiene che limitando le concessioni di scavo, e dunque le occasioni di formazione per gli studenti di archeologia, si faccia una operazione che, alla lunga, aiuterà la tutela e la conservazione dei Beni Archeologici, mentre non si ragiona sul fatto che diminuendo le occasioni di esperienza sul campo per chi vi dovrà, prima o poi, operare, si contribuisce e immettere sul mercato professionisti che non saranno in grado di scavare correttamente, mettendo, in questo caso per davvero, a repentaglio proprio la tutela dei Beni che si intendeva favorire!
 
Concludendo questo ragionamento, ci permettiamo invece di dare un suggeriremmo al Ministro, se mai ne avesse il bisogno: presti particolare attenzione nell’immediato, al tentativo di alcune regioni – Veneto e Lombardia per ora, ma pare anche Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna in un futuro molto prossimo – di richiedere allo Stato le competenze sulla tutela.
 
Questo passaggio porterebbe a una gestione regionale del sistema della tutela, finora garantita e sancita dalla Costituzione italiana, ovvero potenzialmente a 20 sistemi diversi, creando inevitabilmente un’ulteriore frammentazione del concetto stesso di tutela, conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio, con tutte le negative conseguenze sulla necessaria distanza degli organi di tutela da quelli politici di indirizzo.
 

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L’ARCHEOLOGIA CHE VOGLIAMO

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Pochi giorni fa abbiamo appreso la notizia della presentazione di un emendamento alla Legge di stabilità 2019 da parte dell’On. Viviani, concernente la “Promozione turistica attraverso la valorizzazione della bellezza artistica e del patrimonio storico nazionale”: il testo prevede la possibilità per i proprietari di agriturismi o di strutture ricettive, di poter richiedere una concessione di scavo e coinvolgere i turisti nelle attività di scavo e ricerca.
 
Il provvedimento ha suscitato immediatamente un dibattito serrato, sia tra gli archeologi che tra le forze politiche, portando il Movimento 5 Stelle e il Sottosegretario al Mibac, on. Gianluca Vacca, a prendere le distanze dalla norma.
 
Una norma che, dunque, con ogni probabilità, verrà ampiamente modificata, o addirittura respinta dal Parlamento, ma che ci consente di provare ad affrontare le questioni che pone con un po’ di pacatezza, che forse era necessaria anche all’atto della sua presentazione.
 
Intanto diciamo che già il Codice dei Beni Culturali (Dlgs 42/2004) prevede la possibilità di dare la Concessione di scavo ai proprietari degli immobili in cui dovrebbero avvenire gli scavi (art. 89 comma 5): questa facoltà è stata finora poco o per nulla seguita nella prassi burocratica del Mibac, anzi praticamente esclusa dalle circolari emesse su questo argomento.
 
Certamente l’emendamento pone un accento inedito sul piano della spettacolarità dello scavo, esulando, anche in questo caso senza un dibattito che aiuti a metabolizzare la cosa, dal fine pubblico di ricerca che è proprio del regime di concessione.
 
Risulta discutibile voler inserire una norma di questo tipo nella finanziaria, senza la necessaria discussione e senza la possibilità di coinvolgere nel dibattito i soggetti che, in un modo o nell’altro, ne sarebbero interessati: professionisti e imprese, università e Mibac, che evidentemente era ignaro del provvedimento.
 
Aggiungiamo che, molto probabilmente, non era chiaro all’estensore della norma - e ai proprietari degli agriturismi che lo hanno presumibilmente sollecitato - quanto sia complesso gestire uno scavo, richiedere una concessione, quanto sia rischioso per la sicurezza delle persone consentire a chi non ha mai messo piede in un cantiere di passarvi il fine settimana, quanto sia deleterio e inutile uno scavo fatto senza alcuna garanzia di scientificità.
 
Eppure la presentazione di questo emendamento pone tutti i soggetti coinvolti nell’archeologia nella condizione di dover discutere degli elementi che, anche se non sono approfondite nel testo, evidenziano maggiormente le differenze di vedute fra i vari attori in gioco e su cui, fino a oggi, non si è voluto o potuto trovare una sintesi.
 
La prima questione è certamente quella della natura della ricerca archeologica e della politica delle concessioni: riteniamo che si debba favorire anche l’ingresso dei professionisti tra i soggetti in possesso dei titoli per poter dirigere scientificamente uno scavo, come pure siamo convinti che vada individuato un modo per far sì che i proprietari dei terreni - compresi agriturismi e strutture ricettive - possano entrare a pieno titolo fra i soggetti in grado di richiedere una concessione di scavo e a farsi promotori e sostenitori concreti della ricerca archeologica, riuscendo a trarne vantaggio in termini di profitti e di visibilità per la propria azienda, senza che questo implichi una diminuzione della qualità scientifica dell’intervento e della tutela di quanto rinvenuto, che oggi come domani dovrà essere garantita da archeologi e certificata dal Mibac, auspicabilmente attraverso procedure meno rigidamente burocratiche di quelle attuali. La necessità di un controllo pubblico degli scavi è, d’altronde, uno dei baluardi della Convenzione di La Valletta per la Protezione del Patrimonio Archeologico, spesso citata da tutti gli archeologi come tratto unificante della categoria da 25 anni a questa parte.
 
La seconda questione, invece, riguarda il ruolo del volontariato nelle attività archeologiche, e più in generale culturali: la crisi economica in cui ancora versa l’Europa e in particolare il nostro Paese, ha portato all’esasperazione del conflitto tra professionisti e volontari; un conflitto presente da sempre, ma che con la diminuzione delle occasioni di lavoro e una certa indulgenza culturale verso l’utilizzo di personale non qualificato - e spesso non pagato - nel nostro settore, ha finito per ridurre un rapporto che doveva già essere normato in un conflitto continuo: la sola via d’uscita potrebbe essere rappresentata da norme e regolamenti certi, che invece si attendono inutilmente da lungo tempo lasciando nel limbo aspetti fondamentali del nostro lavoro. Sottolineiamo, però, che l’emendamento prevedeva non l’utilizzo di volontari, ma di clienti paganti dell’agriturismo, circostanza che semmai porta a galla altre questioni delicate in merito alla sicurezza e alla qualità scientifica di queste operazioni. In ogni caso un piano di regole non è più rimandabile, lo diciamo per i professionisti, ma anche per i volontari: non si può ridurre un’attività meritoria e appagante, alla quale dovremmo tutti noi essere grati, a un perenne conflitto di competenze.
 
All’inizio di questa legislatura si è parlato di una legge di ratifica della Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale per la società: vogliamo che la Convenzione di Faro venga ratificata e poi applicata, ma abbiamo bisogno che prima si scrivano le norme di applicazione di La Valletta, ratificata nel 2015 e finita immediatamente nel dimenticatoio del Mibac.
 
Abbiamo bisogno che le norme sulle professioni dei Beni Culturali siano completate e rese attive, dunque che siano pubblicati i regolamenti della Legge 110/2014, senza i quali, una norma nata per proteggere e definire alcune professioni (altro baluardo della Convenzione di La Valletta) risulta sostanzialmente inapplicabile e inapplicata, causando danni sia ai professionisti che ai committenti, privi di norme certe e chiare da seguire.
 
É necessario che si estendano e si modifichino le norme sull’archeologia Preventiva, dunque che si modifichi l’articolo 28 del Codice dei Beni Culturali e si inserisca nella legislazione una definizione di scavo archeologico che vada dalle attività preliminari fino allo studio e alla pubblicazione dei dati.
 
È necessario che si riformi il sistema delle concessioni di scavo rendendolo meno burocratico, garantendo però la qualità degli interventi e la conservazione e la tutela dei Beni.
 
Fuori dall’emergenza degli emendamenti alla finanziaria, queste sono le priorità dell’archeologia che vogliamo e per le quali ci batteremo nei mesi e anni a venire.
 

Foto di copertina By Walter Della Schiava, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55202324

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