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    L’ARCHEOLOGIA CHE VOGLIAMO

    Relax all agriturismo Casafrati panoramio
     
    Pochi giorni fa abbiamo appreso la notizia della presentazione di un emendamento alla Legge di stabilità 2019 da parte dell’On. Viviani, concernente la “Promozione turistica attraverso la valorizzazione della bellezza artistica e del patrimonio storico nazionale”: il testo prevede la possibilità per i proprietari di agriturismi o di strutture ricettive, di poter richiedere una concessione di scavo e coinvolgere i turisti nelle attività di scavo e ricerca.
     
    Il provvedimento ha suscitato immediatamente un dibattito serrato, sia tra gli archeologi che tra le forze politiche, portando il Movimento 5 Stelle e il Sottosegretario al Mibac, on. Gianluca Vacca, a prendere le distanze dalla norma.
     
    Una norma che, dunque, con ogni probabilità, verrà ampiamente modificata, o addirittura respinta dal Parlamento, ma che ci consente di provare ad affrontare le questioni che pone con un po’ di pacatezza, che forse era necessaria anche all’atto della sua presentazione.
     
    Intanto diciamo che già il Codice dei Beni Culturali (Dlgs 42/2004) prevede la possibilità di dare la Concessione di scavo ai proprietari degli immobili in cui dovrebbero avvenire gli scavi (art. 89 comma 5): questa facoltà è stata finora poco o per nulla seguita nella prassi burocratica del Mibac, anzi praticamente esclusa dalle circolari emesse su questo argomento.
     
    Certamente l’emendamento pone un accento inedito sul piano della spettacolarità dello scavo, esulando, anche in questo caso senza un dibattito che aiuti a metabolizzare la cosa, dal fine pubblico di ricerca che è proprio del regime di concessione.
     
    Risulta discutibile voler inserire una norma di questo tipo nella finanziaria, senza la necessaria discussione e senza la possibilità di coinvolgere nel dibattito i soggetti che, in un modo o nell’altro, ne sarebbero interessati: professionisti e imprese, università e Mibac, che evidentemente era ignaro del provvedimento.
     
    Aggiungiamo che, molto probabilmente, non era chiaro all’estensore della norma - e ai proprietari degli agriturismi che lo hanno presumibilmente sollecitato - quanto sia complesso gestire uno scavo, richiedere una concessione, quanto sia rischioso per la sicurezza delle persone consentire a chi non ha mai messo piede in un cantiere di passarvi il fine settimana, quanto sia deleterio e inutile uno scavo fatto senza alcuna garanzia di scientificità.
     
    Eppure la presentazione di questo emendamento pone tutti i soggetti coinvolti nell’archeologia nella condizione di dover discutere degli elementi che, anche se non sono approfondite nel testo, evidenziano maggiormente le differenze di vedute fra i vari attori in gioco e su cui, fino a oggi, non si è voluto o potuto trovare una sintesi.
     
    La prima questione è certamente quella della natura della ricerca archeologica e della politica delle concessioni: riteniamo che si debba favorire anche l’ingresso dei professionisti tra i soggetti in possesso dei titoli per poter dirigere scientificamente uno scavo, come pure siamo convinti che vada individuato un modo per far sì che i proprietari dei terreni - compresi agriturismi e strutture ricettive - possano entrare a pieno titolo fra i soggetti in grado di richiedere una concessione di scavo e a farsi promotori e sostenitori concreti della ricerca archeologica, riuscendo a trarne vantaggio in termini di profitti e di visibilità per la propria azienda, senza che questo implichi una diminuzione della qualità scientifica dell’intervento e della tutela di quanto rinvenuto, che oggi come domani dovrà essere garantita da archeologi e certificata dal Mibac, auspicabilmente attraverso procedure meno rigidamente burocratiche di quelle attuali. La necessità di un controllo pubblico degli scavi è, d’altronde, uno dei baluardi della Convenzione di La Valletta per la Protezione del Patrimonio Archeologico, spesso citata da tutti gli archeologi come tratto unificante della categoria da 25 anni a questa parte.
     
    La seconda questione, invece, riguarda il ruolo del volontariato nelle attività archeologiche, e più in generale culturali: la crisi economica in cui ancora versa l’Europa e in particolare il nostro Paese, ha portato all’esasperazione del conflitto tra professionisti e volontari; un conflitto presente da sempre, ma che con la diminuzione delle occasioni di lavoro e una certa indulgenza culturale verso l’utilizzo di personale non qualificato - e spesso non pagato - nel nostro settore, ha finito per ridurre un rapporto che doveva già essere normato in un conflitto continuo: la sola via d’uscita potrebbe essere rappresentata da norme e regolamenti certi, che invece si attendono inutilmente da lungo tempo lasciando nel limbo aspetti fondamentali del nostro lavoro. Sottolineiamo, però, che l’emendamento prevedeva non l’utilizzo di volontari, ma di clienti paganti dell’agriturismo, circostanza che semmai porta a galla altre questioni delicate in merito alla sicurezza e alla qualità scientifica di queste operazioni. In ogni caso un piano di regole non è più rimandabile, lo diciamo per i professionisti, ma anche per i volontari: non si può ridurre un’attività meritoria e appagante, alla quale dovremmo tutti noi essere grati, a un perenne conflitto di competenze.
     
    All’inizio di questa legislatura si è parlato di una legge di ratifica della Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale per la società: vogliamo che la Convenzione di Faro venga ratificata e poi applicata, ma abbiamo bisogno che prima si scrivano le norme di applicazione di La Valletta, ratificata nel 2015 e finita immediatamente nel dimenticatoio del Mibac.
     
    Abbiamo bisogno che le norme sulle professioni dei Beni Culturali siano completate e rese attive, dunque che siano pubblicati i regolamenti della Legge 110/2014, senza i quali, una norma nata per proteggere e definire alcune professioni (altro baluardo della Convenzione di La Valletta) risulta sostanzialmente inapplicabile e inapplicata, causando danni sia ai professionisti che ai committenti, privi di norme certe e chiare da seguire.
     
    É necessario che si estendano e si modifichino le norme sull’archeologia Preventiva, dunque che si modifichi l’articolo 28 del Codice dei Beni Culturali e si inserisca nella legislazione una definizione di scavo archeologico che vada dalle attività preliminari fino allo studio e alla pubblicazione dei dati.
     
    È necessario che si riformi il sistema delle concessioni di scavo rendendolo meno burocratico, garantendo però la qualità degli interventi e la conservazione e la tutela dei Beni.
     
    Fuori dall’emergenza degli emendamenti alla finanziaria, queste sono le priorità dell’archeologia che vogliamo e per le quali ci batteremo nei mesi e anni a venire.
     

    Foto di copertina By Walter Della Schiava, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55202324

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